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Michele Brambilla e il cronista investigatore anni ‘80: scrivere è (ri)dare vita a un mondo

 

Chi ha già letto Non è successo niente di grave, il primo romanzo giallo con protagonista il cronista di nera de Il Corriere d’Informazione, conosce già la chiave del successo (premiato a Ceresio in Giallo e Premio Vigata) di questo piccolo mondo antico di Michele Brambilla.

 

Chi ha già letto Non è successo niente di grave, il primo romanzo giallo con protagonista il cronista di nera de Il Corriere d’Informazione, conosce già la chiave del successo (premiato a Ceresio in Giallo e Premio Vigata) di questo piccolo mondo antico di Michele Brambilla.

Si tratta dell’ultima fase dei quotidiani scandalistici del pomeriggio, La Notte, Il Giorno, Il Corriere di Informazione, quella alla fine della quale, già nel 1983 essi si dovettero arrendere alla presenza della TV privata, ma soprattutto a quella di più telegiornali e, persino, a tutte le ore: antesignani di internet e dei social; l’informazione in tempo reale.

I quotidiani, diremmo oggi così, popolari (per non dire come nei fatti essi fossero considerati) cioè di fascia bassa, dediti al pettegolezzo, allo scandalismo e alla cronaca nera, vivevano sul caso dell’estate, quasi sempre a sfondo passionale, o sulla paura di assassini seriali: del male, in buona sostanza.

E dopo il primo successo, ecco ora, pubblicato nel giugno 2026 per Baldini+Castoldi, uscire un ideale seguito, un secondo caso di cronaca nera, La Signora Gisa è improvvisamente scomparsa, che riesce a mio avviso, a superare il primo noir dell’autore, il quale mi ha (in altro modo non posso esprimermi) stregato.

I personaggi sono ancora quelli della Milano bausciona e della Brianza un po’ pettegola, un po’ bigotta e provinciale, ma anche fatta di parvenus con il solo merito d’essersi arricchiti in breve tempo; il tutto condito dalle differenze sociali, dalla ricchezza appunto improvvisa e improvvisata; guadagnata con le fabbrichètte, e quella ereditata, oppure sposata, dai matrimoni di convenienza e dai tradimenti, dalle vite parallele, dall’ipocrisia di una società proiettata negli anni della Milano da bere anni ’80, ma pur sempre un po’ contadina, artigiana e borghese, perbenista, con qualche inflessione ancora dialettale, e un italiano figlio del vernacolo; in apparenza ancora molto cattolica e devota.

In questo ambiente perfettamente ricostruito, mi si consenta, anche con la libertà del ricordo un po’ romanzato e selettivo (ma va bene così!), ecco la vicenda di una sciura della società bene, che scompare improvvisamente dalla villa in cima a Montevecchia, in piena Brianza, mentre il coniuge, noto industriale, è a Milano per trascorrere la consueta settimana lavorativa.

Se ne occuperanno i consueti personaggi della questura (all’epoca un poco grezzi e burberi), fra quelli di Milano e quelli in Brianza; e naturalmente i due protagonisti inviati di due giornali di cronaca, fedeli a un patto mai scritto il quale, al tempo in cui non c’erano televisioni, prevedeva di dar voce alla questura o anche alla procura, seppure queste ultime diffondessero false informazioni (a bella posta si intenda!) per cogliere in fallo i sospettati.

E, con l’inizio delle indagini, ecco iniziare anche un romanzo on the road come il primo, tra avanzamenti e stalli delle indagini, colpi di scena, ripensamenti, scoperte inaspettate, e soprattutto ristoranti, osterie, trattorie fuori porta, vini e pietanze di successo in quegli anni, sempre protagoniste degli eventi.

Scrivere è (ri)dare vita a un mondo, ai suoi linguaggi, al suo gergo, ai personaggi, ai caratteri, ai profumi e (perché no?) ai sogni: nella mente di chi ha vissuto quegli anni, l’animazione di quei protagonisti scatta subito, e ti sembra di sentire la voce e l’accento milanesaccio di uno dei protagonisti, il Mombelli del mobilificio Mombelli, dire: «Io non sono mica un pirla!».

Ma il vero protagonista di questo noir e, quindi, di quegli anni (e il giornalista autore del libro ne coglie davvero i prodromi) è la giustizia, còlta da un crescente delirio di onnipotenza e di giustizialismo moralisteggiante. È qui che l’autore riesce a dimostrare il perché storico di vari casi di malagiustizia, primo tra tutti quello di Enzo Tortora, non solo dovuti alla struttura del vecchio processo indiziario, ma soprattutto a un’ossessione, da parte della giustizia e della cronaca, di assicurare il colpevole al gabbio a tutti i costi: il colpevole perfetto, quello che, in fondo, è un poco di buono o un immorale; quello che comunque magari qualcosa l’ha pure fatta anche se non in questo caso, quello che è già nella testa del procuratore Massimo della Rosa (soprannominato cinicamente dagli avvocati in tribunale Massimo della Pena); il quale non cerca fatti, i riscontri, ma solo di arrestare il presunto colpevole e, mettendolo in prigione, di obbligarlo a fargli confessare i fatti, anche se non li ha fatti. Mi si perdonerà il gioco di parole.

Senza anticipare il mirabile finale, un protagonista, la giustizia, che restituisce uno sguardo davvero degno di Cesare Beccaria (citato più volte insieme al Manzoni) sulla inesistenza di un’unica verità dimostrabile, nonché sul ruolo di chi deve assicurare un colpevole alla giustizia a ogni costo, spesso colpevole egli stesso di garantirne l’impunità a causa dell’inconsistenza del castello accusatorio.

L’accusatore, il Procuratore voglio dire (spesso redarguito dai suoi stessi superiori) è ossessionato dalla vicenda, produce un teorema costruito con astio e coinvolgimento, ed esprime un giudizio sommario, personale e quasi maniacale; egli, in più, rischia di mandare assolto un possibile colpevole, e non si avvale dell’inevitabile cinica necessità di scovare la strada, nel procedimento giudiziario, volta a rendere le prove accettabili oltre ogni ragionevole dubbio, a costo di passare egli stesso in secondo piano.

Consigliatissimo ovviamente a chi, quella Milano, quella Brianza, quegli anni ’80, li ha in qualche modo vissuti, resta la domanda su come potrebbe apprezzare il romanzo giallo di Michele Brambilla chi per età, o per storia personale, non abbia vissuto quegli anni. Ebbene, se Umberto Eco ci ha detto che chi legge molti libri vive altrettante vite (il che basterebbe a giustificare la lettura di un testo molto agile e scritto con stile giornalistico divertente, e viverli così quegli anni ’80 di Brambilla!), noi aggiungiamo che, se c’è una definizione di lettore vero è proprio, essa è quella di saper vivere le vite degli altri fino in fondo. Forse, a volte, ancor più a fondo di quanto essi stessi le hanno vissute.

Buona lettura!

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Renato Carlo Miradoli

Nato a Milano, laureato all'Università Cattolica del Sacro Cuore in lettere classiche, è traduttore di diversi libri dall'inglese all'italiano tra i quali Stonehenge il segreto del solstizio di Terence Meaden https://www.amazon.it/Stonehenge-solstizio-Osservatorio-astronomico-affascinante/dp/8834409272  e di poesie del poeta Roald Hoffmann http://www.roaldhoffmann.com/ presentate alla Milanesiana http://temi.provincia.milano.it/Milanesiana/giorno_30giugno.html rassegna culturale della Provincia di Milano.

Dal 2003 ha fondato la sua società di servizi linguistici, formazione, agenzia traduzioni, internazionalizzazione.
E’ docente di inglese e italiano per stranieri presso l’Università Bocconi di Milano, SDA, Master MIMEC, Politecnico di Milano, MIP Master del Politecnico, Istituto Marangoni, presso istituzioni e aziende clienti multinazionali e nazionali.