https://www.youtube.com/watch?v=tV4Fxy5IyBM
Il link sopra riportato rimanda alla scena del film Passengers (2016) in cui il protagonista che era stato ibernato si risveglia su un’astronave e gira per ore cercando anima viva, finché si illude di averne trovata una in un barista, il classico bartender anglosassone con cui fare due chiacchiere.

“What can I get for you? You look like a whisky man” dice il barista, con classico linguaggio da barista psicologo, confessore e confidente, e diciamolo, spesso sfogatoio del cliente. Ma dopo pochi istanti, ecco che si scopre che il bartender è un robot, precisamente, tecnicamente un androide con sotto le ruote.
Ecco che il dialogo cambia, perché si avverte che tutto ciò è artificioso, programmato: innaturale? Inumano?
In una parola: tradotto. Sono le stesse identiche parole, ma non sono più uguali a prima se le dice una macchina.
Stiamo parlando dell’apprendimento delle lingue attraverso algoritmi, intelligenza artificiale (AI), data management? Anche, ma non solo. Ebbene, queste, sono tutte cose che risolvono, non complicano, il lavoro di chi come me insegna inglese nelle aziende e nei master universitari da tempo.
C’è sempre stato il discente che ti considera un vocabolario, che pensa di dare valore alla lezione con la semantica, cioè il significato delle parole, i “falsi fratelli”, i modi di dire, i maledetti verbi frasali. Ma il compito dell’insegnante è spiegare cosa sono, cos’è la morfo-sintassi, la costruzione tecnica e grammaticale di una lingua, cioè dare strumenti e metodo, e non fare il traduttore: per quello ci sono programmi gratuiti in abbondanza, anche se per saperli usare davvero, occorre conoscere proprio i rudimenti della linguistica di cui sopra ed ecco appunto il ruolo dell'insegnante.
Quando insegniamo una lingua, facciamo spesso l’esempio delle barzellette: se la raccontate alla AI non ride, a meno che qualcuno l’abbia istruita a ridere, in base a un algoritmo appreso. Ed è come la musica: per quante melodie siano già state scritte in centinaia di anni, con sole 7 note (e semitoni) le possibilità sono infinite, e così con le nostre 20 lettere e le 26 del vocabolario inglese per le sfumature della lingua. E c’è sempre una barzelletta che la AI non capisce.
E spesso riconosciamo una lingua vera, viva, nostra, proprio da dettagli, nonché sfumature.
Questo è vero nella nostra lingua madre, quando leggiamo una risposta che ci gira qualcuno, come quella alla domanda mia fatta a un archivio storico circa la storia del Vermuth e ci si accorge che per il linguaggio utilizzato, lo stile standard asettico, il copia incolla viene da Chat GPT, o similia.
Voglio portare un esempio efficace: conoscere la lingua significa poter fare apposta un errore, anche grave poiché si conosce l’effetto nervoso e cognitivo, direi umanissimo, nel destinatario. Se dico: “L’hanno suicidato” sbaglio, eppure nessuno mi corregge, ma l’interlocutore ride; invece, mi apostrofa lo stupido correttore di qualche AI.
Solo l’essere umano che conosce a fondo la lingua come portato umano, filosofico, esperienziale, doloroso, in ogni senso, con tutti i sensi, può davvero parlare, creare, con il linguaggio, sentimenti e legami: in una parola il vivere di un essere senziente. Però, come tradurre questa cosa in un’altra lingua?
Ecco cosa fa l’insegnante di inglese, anche in azienda, dove la realizzazione di una strategia anche organizzativa, la costruzione di relazioni, la trasmissione di un valore per il cliente e la comunicazione passano per la lingua inglese e sono fattori critici di successo.
Concludo, essendo scrittore di romanzi, se siete appassionati di lingua, o volete studiarla, o siete formatori, oppure responsabili aziendali della formazione, con un consiglio di lettura: Marco Ferrari – L’idiota di Famiglia – Sellerio 2026. https://www.amazon.it/Lidiota-famiglia-Dario-Ferrari/dp/8838949271
E’ la storia di un traduttore che deve insegnare traduzioni ai giovani e lotta con la AI – che in realtà non considera una concorrenza - e spiega loro che di lavoro non fa il traduttore, ma il ri-scrittore di testi altrui. Cioè: scrivere e parlare in inglese significa entrare in un altro mondo e immaginare con un'altra testa, creando oggetti, immagini e mondi diversi dai nostri, avendone (appresi) gli strumenti.
Ma tutto il romanzo, che parla di un padre che si ammala di Alzheimer, è proprio basato sulla potenza della parola cioè, per citare l’enciclopedia: l'unità fondamentale del linguaggio umano, costituita da un insieme di suoni (fonemi) o segni grafici (grafemi). Essa unisce un significante (la forma scritta o parlata) a un significato (il concetto o l'immagine mentale) e permette di esprimere idee, comunicare e nominare la realtà.
La definizione sopra potrebbe essere anche della AI, ma ci dice che tutto ciò non si insegna a una AI, ma paradossalmente, si può insegnare a un essere umano proprio con i suoi difetti, proprio grazie alla sua imperfezione, da parte di un essere altrettanto imperfetto come un insegnante.
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