Il blog di Renato Carlo Miradoli

Storia di una monaca

 

 

 


Storia di una monaca

Poche attrici di successo hanno interpretato il ruolo di una religiosa in modo così autentico e, oserei dire, plastico quanto è riuscito a Audry Hepburn nel film “Storia di una Monaca” del 1959, di Fred Zinnemann. Il libro, scritto in un inglese poco accattivante, peraltro, da cui fu tratto è della scrittrice statunitense Kathryn Hulme pubblicato in Italia con il titolo “Storia di una suora” da Castelvecchi Editore. http://www.castelvecchieditore.com/storia-di-una-suora/ .

Vi sono occasioni nella vita in cui si ringrazia la sorte di avere l’influenza; non dico necessariamente quando vuoi stare a casa dal lavoro, bensì quando hai l’opportunità di imbatterti in letture che via via si rivelano irrinunciabili. Intendo riferirmi ancora a Carofiglio con il suo La regola dell’equilibrio, sempre edito da Einaudi.

La storia è presto detta: Gabrielle Van der Mal, figlia di un luminare della medicina di Anversa che opera in Belgio, sceglie la vita religiosa ed entra a far parte di un ordine religioso rigidissimo sognando di poter raggiungere le sue future consorelle missionarie nel Congo, colonia negli anni ’20 dell’Impero Belga. Ben presto la postulante Gabrielle prima e poi la novizia Suor Lucia (Sister Luke nella versione inglese) apprende con amarezza che la vita religiosa e quindi il servizio ai malati non è così semplice e naturale come ella aveva idealizzato in cuor suo, ma piena di prove fra le più dure e umilianti che preludono alla questione fondamentale.

Infatti quanto maggiormente affligge la povera Suor Lucia è la rinuncia ala propria volontà dovendo scoprire a proprie spese che la vita religiosa e cristiana in genere non è il servizio ai poveri e agli ultimi, bensì innanzitutto la rinuncia alla propria volontà a favore di una totale, completa e indiscussa adesione di essa a un'altra volontà che non sia la propria, cioè a quella dei superiori che interpretano la volontà stessa di Dio.

Di fallimento in fallimento, o meglio di mancanza al sacro voto dell’obbedienza in mancanza, Suor Lucia si trova prima ad assistere malati psichiatrici in un ospedale per poi giungere finalmente nella tanta sospirata terra di missione nel Congo Belga da dove torna dopo molti anni di servizi e di fallimenti nella vita religiosa. Ritornata per ragioni di servizio dovendo accudire un malato grave nel viaggio verso l’Europa, la religiosa non può ritornare sui propri passi a causa della guerra che la Germania nazista ha dichiarato al mondo. Restando nel Belgio invaso dai tedeschi affronta crisi di coscienza insormontabili fra l’altro non potendo perdonare all’invasore l’uccisione del padre di lei dottor Van der Mal vittima della violenza nazista mentre egli si prodigava a soccorrere alcuni feriti. La fine è vicina: ella lascia la vita religiosa non potendo semplicemente più obbedire.

Sia il film di Zinnemann, sia il testo della Hulme sembra vogliono darci una lettura della vita religiosa cattolica viziata dall’insinuazione subdola che sia tutta un’esagerazione inutile di regole, precetti e proibizioni contro natura: dal discorso della Madre superiora in una sequenza del film l’anziana superiora appunto lo dice proprio: “In un certo senso la nostra è una vita contro natura.”

E questa affermazione ci fa già sorridere pensando che ora siano proprio gli “atei devoti” e i prelati in carriera politica a utilizzare questo termine di contro natura per criticare i peccatori.

A ogni buon conto, una lettura superficiale e molto semplicistica ci riunirebbe in un coro quasi così. “Ma certo! Che esagerazione tutta ‘sta faccenda dell’obbedienza e della rinuncia alla propria volontà: in fondo ciò che conta è aiutare i poveri e i malati.”

Ma credo che la risposta ce la fornisca proprio Madre Emanuela, l’anziana superiora che alla fine del lungometraggio rintuzza le obiezione di Suor Lucia dicendole che al momento della scelta di entrare in convento la Gabrielle di allora non aveva scelto di fare l’infermiera bensì la monaca e che la vita religiosa sarebbe per essa più importante della scelta di soccorrere malati  e derelitti.

Tutto ciò ci invita a una riflessione che ci riporta ai nostri temi, consapevoli come siamo di non essere certo popolari nel senso anglosassone del termine.

Veniamo al punto: noi invece di dare ragione (tanto per essere un po’ sempliciotti e volgarotti) alla “vittima” Suor Lucia ci schieriamo dalla parte dell’autoritaria e severa Superiora dell’ordine e facendo così ci attireremo le facili critiche di coloro che invece diranno che il cuore del cristianesimo è la carità, la scelta dell’amore verso gli ultimi e via dicendo.

Il cuore del cristianesimo è proprio un’altra cosa: Zinnemann e la scrittrice Kathryn Hulme hanno gioco facile a smontare le ragioni più “tradizionali” che soggiacciono ai principi della religione, ma se scopo della vita religiosa è fare il bene vi sono di certo due ordini di aspetti che vanno affrontati.

La prima è banalmente: ma se lo scopo della vita religiosa è fare il bene agli altri allora che necessità c’è di pronunciare i voti di povertà, castità e obbedienza? Basterebbe una qualsiasi zelante assistente sociale.

In secondo luogo andrebbe stabilito in termini filosofici cristiani cosa si intende per Bene scritto magari con la B maiuscola.

Affrontiamo le cose con ordine e con un certo rigore.

La vita religiosa, o in senso più lato, la vita cristiana NON è fare il bene. Esso, il bene, è semmai e solo diretta conseguenza di questa scelta totalizzante ed è volto solo all’accrescimento di una cosa la salvezza delle anime beneficate. Sì, sì, innegabile è la gratuità del gesto “buono”, ma il religioso o il semplice fedele che fa il bene, lo fa per annunciare la Verità cristiana, non per essere buono. Chi entra in un istituto religioso o sceglie di diventare prete non lo fa per gli altri ma per vocazione, oppure come si diceva una volta per “farsi santo.” Chi sceglie la vita religiosa per fare la carità agli altri semplicemente sbaglia. Come sbaglia la piccola suor Lucia corretta nella parte finale del film dalla superiora, la quale le ricorda che entrando in convento Gabrielle aveva scelto Dio, e quindi gli altri cui dedicarsi, e che la vita religiosa è più importante della vita di servizio in un ospedale. In una battuta potremmo dire: “Vuoi solo aiutare gli altri? Allora fai il volontario della croce rossa.”

Detto questo resta da definire il Bene: e qui scomodiamo Tommaso d’Aquino. Il Bene (bonum) è Dio. Egli assomma in sé le 4 caratteristiche dell’Essere e cioè: bonum, iustum, verum e pulchrum. Fare il bene dunque è ricercare Dio, amarlo e onorarlo: farlo amare e onorare. Fra le caratteristiche della ricerca del Bene vi è la necessità di correggere chi è in errore per esempio, oppure reclamare di fronte a ciò che ad esso è contrario. Chi si dice cristiano e tollera l’errore, semplicemente manca sbaglia o, meglio, pecca. San Tommaso dice: “Qui cum causa non irascitur peccat.” Ovverosia, chi di fronte per esempio a un errore non protesta oppure non sottolinea l’errore sbaglia.

Concludo: chi è cristiano autentico si comporta così, chi non lo fa non è semplicemente cristiano. Chi scrive per esempio non pensa che Dio sia il Sommo Bene, non lo predica e con buona pace di se stesso non è cristiano.

Mi chiedo: ma i cristiani queste cose le sanno?

A presto.

Renato Carlo Miradoli

Nato a Milano, laureato all'Università Cattolica del Sacro Cuore in lettere classiche, è traduttore di diversi libri dall'inglese all'italiano tra i quali Stonehenge il segreto del solstizio di Terence Meaden https://www.amazon.it/Stonehenge-solstizio-Osservatorio-astronomico-affascinante/dp/8834409272  e di poesie del poeta Roald Hoffmann http://www.roaldhoffmann.com/ presentate alla Milanesiana http://temi.provincia.milano.it/Milanesiana/giorno_30giugno.html rassegna culturale della Provincia di Milano.

Dal 2003 ha fondato la sua società di servizi linguistici, formazione, agenzia traduzioni, internazionalizzazione.
E’ docente di inglese e italiano per stranieri presso l’Università Bocconi di Milano, SDA, Master MIMEC, Politecnico di Milano, MIP Master del Politecnico, Istituto Marangoni, presso istituzioni e aziende clienti multinazionali e nazionali.

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